Amore di ogni mia avventura

Luglio 13, 2009 di romanzorosso

“Oddio, che ansia Ross!” AG mi aspetta nel cuore di China Town, un ventaglio per rinfrescarsi alla vecchia maniera, una borsa di Vittuon. Il sole picchia sempre come un vecchio stronzo rompicoglioni, all’ora di pranzo.

“Che settimana di merda, AG, torrida.” Sono di pessimo umore: il lunedì della settimana più torrida dell’anno non mi si può parlare. Mocassini morbidi di Prada, jeans beige di Fujiwara, camicia bianca di Zegna,… e non mi sento per nulla fresco.

La bacio, la prendo per mano e la porto all’interno di un baretto semplice e con poche pretese. Anche noi: panino e coca cola, e via.

“Ansia, ansia, ansia… Mia madre è venuta da me a farmi le pulizie e… mi è sparito il vibratore!”

Suonano le sirene: allarme rosso. Il suo immacolato imene non può più negare l’evidenza di fronte alla tardiva arguzia dei genitori. Io… Beh, io non posso fare a meno di sorridere alla sua genuità.

“E così salta tutto il nostro piano?”

“No, la torta no!”

Vero, ci sposeremo. E poi quando lei sarà incinta ci presenteremo dai suoi genitori con una bella torta,… la panna montata, una scritta “Auguri nonni”… dolce portavoce della perdita della sua verginità.

Tutto fila per lei,… in fondo è solo una mezza verità: “Di culo sono vergine.” Mi ricorda sempre. Ma è perché non ce la fa.

Aldilà della vetrina scorre un fiume di cinesi in Paolo Sarpi. Sono distratto dai miei pensieri sulla sopravvivenza umana: come ha fatto la nostra razza a sopravvivere ad un clima così inospitale? Ad un pianeta così difficile. I dinosauri estinti dall’era glaciale, i mammut estinti dalla fine dell’era glaciale… e noi che soffriamo appena il termometro tocca i 37 gradi, siamo sopravvissuti? Dev’essere tutta una bufala.

AG mi riporta a lei con una bieca imitazione dei miei versi diabolici. Muuuuiiiiiiiiiiiiiiiiii. E continua finché non la guardo. “E’ che ci avevo messo dentro pure le pile del telecomando, cazzo!”

E mi fa ridere.

Sei l’amore di ogni mia avventura.

Portami a casa, ragazzino.

Luglio 12, 2009 di romanzorosso

La cabrio sgasa around. Siamo tutti giovani, tutti smart, qualcuno di noi emancipato, qualcuno un po’ meno. VeroAmore, di noi, è il più piccolo, appena un ventenne dai riccioli castani che gli coprono la fronte e dal fisico scolpito dalle ore di atletica.

Lo carico sulla cabrio abbassando leggermente il volume dello stereo, poi volto il viso verso di lui, sorrido sfacciato e gli faccio l’occhiolino segreto arricciando le labbra. E lui salta su, con il suo solito entusiasmo da piccoletto. E’ ancora da solo, con me, e io ho il brutto vizio di farlo divertire trattandolo come se fosse un bambino. Accellero veloce. Lui ride, poi mi dice: “Ti amo.”

Lo fisso dritto nei suoi occhi scuri, scuri, ancora più scuri, scrollo le spalle,… un altro ventenne che mi ama.

“Perché?”

“Perché sì.”

“Perché perché sì?”

“Del resto sei un bono, cosa ci posso fare?” Si sporge verso di me per baciarmi e io mi scanso: il sabato sera non è fatto per i sentimenti.

 Fermo l’auto e al lato della strada c’è Dorian; un uomo che sa il fatto suo, forte dei suoi muscoli e dei suoi soldi e ultimamente anche dei suoi capelli neri, ingellati, in aria, vivido urlo corvino. Indossa una La Coste nera, edizione speciale di qualche evento speciale, e gira scalzo per la città, sebbene i suoi piedi siano sempre curati e puliti.

Dorian è un tipo che prende sempre l’iniziativa, così si aggiusta il colletto della polo e, senza mostrare la minima espressività, mi domanda: “Salgo?” 

Acconsento con un cenno del capo mentre VeroAmore si rabbuia immediatamente – alla sua età ancora non sa celare i propri pensieri – e scivola controvoglia all’indietro andandosi a rannicchiare nei sedili posteriori. Dorian richiude con fermezza la portiera dell’auto e distende le gambe con fare da padrone. Enfatizza il suo spazio vs il 2+2 di VeroAmore.

 ”Beh?” Gli chiedo io; VeroAmore intanto, alle mie spalle, mi accarezza il collo standosene in silenzio.

“Beh cosa? Sono in ritardo?”

Scuoto il capo. “Manca qualcuno?”

“Sì: Gios è in ritardo.”

“Al solito.” Fa notare VeroAmore mettendo il broncio.

Sgommo via tornando nel buio della strada mentre Dorian continua ad ignorare completamente i blandi tentativi di conversare di VeroAmore, infastidendomi terribilmente: nessuno dovrebbe trattare male chi mi ama, ma Dorian è gelosissimo di VeroAmore, e me lo dice senza nemmeno sussurrarlo troppo.

Ad un tratto arriva Gios: disordinato, sfatto e un po’ sorridente. “Devi aspettarmi Ross, capito? Se te ne vai sei uno stronzo.” Continua ad urlarmi occupando il centro della strada e spalancando le braccia. “Se te ne vai sei uno stronzo!”

Resta lì, Gios, al centro della strada, le gambe tagliate dalla segnaletica stradale, le braccia spalancate. Poi inizia a correre verso la cabrio, si stende letteralmente sul cofano, salta dentro dalla capotte aperta e grida con entusiasmo: “Ciao Ross!”

E iniziamo a correre, per tutta la notte: Gios racconta i suoi finti problemi di interrelazioni gay, Dorian invece cerca sempre di elevare il livello culturale della conversazione: ogni tanto c’infila una citazione cinematografica, oppure un grave fatto politico dell’Italia brigatista, sempre continuando ad ignorare completamente VeroAmore, ormai immerso in un mutismo apocalittico, il suo sguardo sbarrato fisso sulla mia nuca. Non può competere con Dorian, oggi,… non ne è ancora capace.

Chiudo forte gli occhi. Vorrei riaprirli e vederlo già cresciuto, lì, sulla Milano-Torino a tutta velocità. Che palle crescere, che palle aspettare di avere tutti gli strumenti per competere con gli altri, e vincere. Quando li hai, hai già perso buona parte della gioventù. Il bicchiere non è mai pieno, nemmeno per chi non ha più sete.

 Guardo Dorian, seduto al mio fianco, è come se non lo sopportassi più. “Guida tu.” Gli dico con determinazione e, se fosse stato possibile, gli avrei messo il volante tra le mani.

“Ross, ma che fai?!” Esclama lui preoccupato afferrando il volante. Finalmente perde il suo contegno.

 Mi slaccio la cintura di sicurezza, abbandono i pedali e tendo le gambe, sollevandomi sul sedile.

“Ross!” Urla Gios alle mie spalle, ma il vento che mi si schianta sulla faccia attutisce ogni suono, mi secca le labbra e gli occhi, la pelle è fresca.

Con una sorta di capriola mi butto all’indietro e atterro malamente tra VeroAmore e Gios. VeroAmore mi tocca, m’infila le mani sotto le ascelle per aiutarmi a ricompormi, o forse voleva semplicemente abbracciarmi mentre la cabrio sbandava.

Mi sistemo in tempo per vedere un cartello autostradale: Torino 10 km. Finalmente una serata viva, i Murazzi, piazza Vittorio e i torinesi che pisciano nel Po.

 Guardo per un momento Veroamore, così intensamente in quei suoi occhi scuri, scuri e ancor più scuri. “Ma che hai VeroAmore?”

Lui deglutisce a fatica, “Mal di vivere, credo… Mal di vivere.”

E lì, poco prima che Dorian riuscisse a riprendere il controllo dell’auto, a premere il freno, imprecando, lo avvicinai a me e lo baciai. Con una forza delicata.

Il peso dei nostri corpi andò a premere contro Gios, tanto che lui, tra l’indispettito e lo sdegnato, si sposta sul sedile anteriore al fianco di Dorian. “Che stupidi…” Commentò senza rivolgersi a qualcuno in particolare.

VeroAmore, sentendolo, mi sorride timidamente.

“Siamo stupidi?” Domando con dolcezza a VeroAmore.

“Sì.” Replica lui prima di affondare il viso nella mia spalla.

Non posso vederlo, nel buio della notte, ma so che Dorian sta fissando le nostre sagome dallo specchietto retrovisore, geloso. Gios invece guarda l’approssimarsi del casello, le luci di Torino,… non dice nulla e io scommetto che si sta sentendo il solito escluso.

VeroAmore mantiene il viso sprofondato nella mia spalla. Conosco i miei vent’anni, sta sperando di non arrivare mai a Torino e di non scendere da quell’auto. Sono felice di renderlo felice. Ma una vita perfetta non è fatta dalla felicità che si regala agli altri.

Cadi, stella, cadi

Luglio 10, 2009 di romanzorosso
Corso Como 10. Luci della sera, tavolini affollati, ragazzi goliardici, ragazze bellissime. Griffe. Drinks. E’ tutto così banale. Bevo una coca cola: alcolici mai. Amici sempre, anche se mi distraggo facilmente: noia e stanchezza.
Prendo il cellulare e leggo velocemente: “Sei bellissimo stasera,… vieni al solito posto a mezzanotte?” Il cuore accellera a mille: il maniaco è qui? Mi sta seguendo? Spiando? 
Mi rilasso: è lo Scrittore; dieci anni fa io ero acerbo e lui era uno dei pochi scrittori in circolazione che potesse anche fare il modello. Oggi, secondo lui, io sono bellissimo mentre il suo viso si è arrotondato.
“Sì.” Rispondo senza nemmeno pensarci troppo, e mi accorgo di avere voglia di rivederlo dopo il break delle ultime due settimane.
Eccomi quindi sulla cima del monte Stella a mezzanotte, precisione svizzera. Il Duomo a sinistra, San Siro a destra e un albero alle mie spalle. Le luci intorno a me e le stelle sopra la mia testa.
Lui sopraggiunge cinque minuti dopo, un metro e novanta di carne abbronzata e trentasei anni di bellezza mediterranea.
“Ciao Brutto.” Gli dico.
“Ciao…” Mi racconta brevemente di avermi intravisto in corso Como poche ore prima. Io scrollo le spalle, stranamente malinconico. “Che hai?”
“In genere sono stupido, ma oggi non mi viene.”
“Beh, io sono sempre stupidissimo.”
“Di te si vede.” Rispondo ironico, con un sorriso.
Lui ride, “Quindi?”
“Comunque?”
“Comunque cosa?”
“Punto.” Concludo di nuovo scrollando le spalle.
“Quindi?” Mi richiede nuovamente.
“Però.”
“Però cosa?”
“Punto.”
Avvicina il suo viso al mio, un paio di centimetri ancora e il bacio è servito.
“Quindi?” Mi domanda per la terza volta.
“Ti bacerei, ma non vorrei perdere tiri preziosi della mia sigaretta.” Gli dico sollevando la sigaretta.
Lui mi tiene testa: “Io bacio solo i miei fidanzati.”
Cazzo, ora devo assolutamente baciarlo, così lo smerdo. Penso. Invece lui si sdraia sul muretto di roccia e, afferrandomi sotto le ascelle, mi trascina sul suo corpo, schiena contro torace, avvinghia le sue braccia sul mio petto.
Inizia a parlarmi del suo romanzo e chiede a me di fare lo stesso del mio.
“Allora,…” Cerco di trovare le parole adatte per raccontargli la trama senza dargli indizi fondamentali da cui copiare abbondantemente, “E’ la storia di quattro che da giù vanno su e poi tornano giù, ma vanno più giù di giù.”
“Bello!” Esclama lo Scrittore, mi stringe fortissimo e, per liberarmi dalla sua stretta, gli prendo le mani e gli tendo le braccia muscolose verso il cielo, inquadrando manciate di stelle.
“Giochiamo allo shuttle.” Gli propongo.
“Ok.”
“Siamo in una tempesta di meteore.”
“No, la tempesta di meteore no,… facciamo una cosa più rilassante.”
“Stiamo atterando su Marte?”
“Va bene. Io cosa faccio?”
“Tu fai i comandi dello shuttle.” Gli dico stringendogli i polsi, “E fai anche Houston. Facciamo una prova: Houston, mi ricevi?”
“Crrr Crrrr…” Imita dei disturbi nella comunicazione, “Mi sa che non funziona.”
“Allora faremo da soli…” Qualche manovrina e atterriamo sul pianeta rosso.
“Ora vai a esplorare il pianeta mentre io cucino.” Propone lui, dopo mezzo secondo di esplorazione concludo che su Marte non c’è vita. Di nuovo la sua voce: “E’ pronto!”
Eccomi rientrare nello shuttle, ed entrambi giriamo i nostri visi a sinistra, ci cerchiamo con la coda dell’occhio quando l’impercettibile scia di una stella cadente si ravviva e muore nella notte.
“Una stella cadente!” Esclamiamo all’unisono.
“Desiderio!” Rinsaldo io, e subito emetto dei versetti di grande concentrazione: “Grrr Mmmuuuuiiiiii… Espresso! Tocca a te.”
“Fatto.”
“Dici che si avvererà?”
“Se lo vuoi davvero sì.” Mi sussurra in un orecchio.
“Ma il mio ne comprendeva circa una decina.”
“Ah,… sui desideri eclettici non garantisco.”
E intanto si sfila il cazzo, ancora moscio, dai jeans. Mi basta portare il braccio dietro la schiena per afferrarlo con decisione e iniziare a segarlo: qualche attimo dopo è già in tiro, grosso, venoso, maschio.
Un’ora più tardi, rivestendoci, siamo di nuovo di fronte al panorama, gli sorrido timidamente, lui invece è più convinto e così, senza nemmeno un preavviso, mi bacia… Significa che sono il suo fidanzato? Faccio finta di non badarci, c’incamminiamo verso la base del monte Stella tra i suoi discorsi di letteratura e la sua promessa di tenermi una lezione di editing.
Vuole rivedermi presto, dice lui. Una parte di me ne è anche felice, l’altra ascolta le sue parole sui vari scrittori italiani degli anni settanta. Di mio, nel discorso, ci metto solo delle congiunzioni avversative: ma, però,… e nel mentre penso a quella stella cadente.
Capita che lo Scrittore nomina Pasolini.
“Una volta qualcuno gli chiese se diventando vecchi si diventa anche più felici.” M’intrometto io.
“E che ha risposto Pasolini?”
“Che diventando vecchi si ha meno futuro e meno speranza, e questo è un gran sollievo.”
Forse è questa la chiave per la mia tanto sognata vita perfetta, invecchiare, assopire, appassire. Se è davvero questa, allora non posso sbagliare strada.
Il sollievo della serata però è un altro. Per la prima volta da molto tempo sono nudo, esposto, vivo. Ho abbattuto i muri che mi proteggevano dal Maniaco e, meraviglia, ho rivisto il mondo.

Labora et Labora

Luglio 2, 2009 di romanzorosso

L’unico posto in cui ancora vengo trattato come un giovane è l’ufficio. Lo fanno per giustificare una misera paga, ovvio. Ma se pensano che la mia vita perfetta la costruirò con dei soldi guadagnati onestamente, si sbagliano di grosso.

Parto con l’umore sbagliato: Dorian non vuole accompagnarmi in tribunale, e io mi riprendo il bacio che gli ho regalato. Come faccio a fronteggiare da solo tutti i maniaci che cercano di rovinare i miei piani di vita perfetta?

Mi rintano in ufficio: lavoro, chiacchiero, rido, molesto una mia collega e lei mi sorride sbarazzina. Amo il mio lavoro, è l’unica cosa che abbia veramente amato negli ultimi mesi.

Stringo i denti. Sto diventando quello che faccio, oppure faccio quello che sono?

E così esco dall’ufficio. AG mi aspetta sotto un cielo plumbeo, che promette fulmini e acqua. Dannato sole, oggi stai zitto e subisci.

Lei è bellissima, alta, sexy, tonica, perfetta. E dentro è ancora più bella. E la sua maschera cini-simpatica si è costruita alla perfezione con gli anni è strepitosa: un mix d’irrestibilità e sfrontatezza da maschio. Eppure è una ragazza.

Il maschio che c’è in lei mi avvisa subito che si è appena depilata la figa. E deve assolutamente scoparsi qualcuno della palestra, ma non l’istruttore: quello è un tamarro che poi ti scopa a picchio per due ore di fila. Tanto lubrificante, tanta noia, tanto male, zero orgasmi.

Devo annunciarle i miei piani di vita perfetta. In fondo, voglio sposarla.

lei renderà la mia vita perfetta

Giugno 29, 2009 di romanzorosso

Sopravvivo al matrimonio di un fratello, un afoso pomeriggio nella Brianza lombarda, tra santuari decadenti e ville ristrutturate. Io, testimone, che non ricordo nemmeno come fare il segno della croce. Recito in playback il padre nostro. L’ostia non mi sfama per niente, e ho una fame cieca: quando mai la Chiesa ha sfamato gli affamati?

Mio fratello è bello, mia cognata… cazzo, ancora devo abituarmi… è bionda e raggiante. Cerco di abituarmici sin da subito, quando esce dalla chiesa e, sommersa da una pioggia di petali di rosa (ma che fine ha fatto il riso?… è una politica per sfamare il terzo mondo quella di fare saving sul riso lanciato durante i matrimoni?) l’abbraccio con un simpatico “Ciao Cognata!” Molto molto simpatico io.

La piazza li avvolge in un abbraccio di festa, è tutta intorno a loro. La loro vita è perfetta?

Via, un fratello fuori casa, una madre tutta indaffarata, una nuova camera da letto da 60metri quadri che mi aspetta. E mi ci fiondo subito appena mio fratello gira il mondo in luna di miele. Gli omini stanno ancora montando il mio megalettone dai dai facciamo un’orgia che lo spazio c’è.

Sono tutto pieno della mia casa e della mia famiglia. Della Liguria e dei ristorantini dell’entroterra. Della laser2000 che, con la sua vela sbarazzina, solca il Tirreno.

Mi regala spruzzi di sale e brezza. L’orizzonte è piatto e, se il mondo avesse un cuore, ogni battito sarebbe un maremoto. Il sole, cazzo se ti odio: non puoi implodere?

Gios e Dorian li lascio a loro stessi in questo momento. Il primo deve essersi rotto il culo da qualche parte, il secondo mi manda un sms a cui non rispondo. E’ un amore che non nascerà… ancora non ho chiuso quello vecchio, e poi c’è sempre AG.

AG, lei renderà perfetta la mia vita. Anche se ancora non lo sa.

Tra tre anni la mia vita sarà perfetta

Giugno 22, 2009 di romanzorosso

L’attico in Brera è sommerso dal tramonto. Socchiudo gli occhi. Il tramonto è qualcosa… qualcosa che non mi colpisce più. Sono proprio diventato un anaffettivo, cinico del cazzo.

Voglio dirlo, che mi sento stronzo, ma sopra la stronzaggine c’è il buonismo. Allora dico: “Sono vecchio ormai.” Beh, sono 27 dopo tutto.

“Ma che dici…” Il tono di Dorian è stranamente dolce mentre armeggia con le stoviglie anni ‘70, intento a imbandire la tavola per la nostra cena della domenica sera in terrazzo.

In effetti non può che contraddirmi: lui, di anni, ne ha 30. Per 190 cm di pelle pallida e capelli castani.

Ora siamo seduti a tavola: antipasti vari, tra affettati e formaggi, e poi qualcosa di pesce. Arriva Gios, con quaranta minuti di ritardo e le sue nuove All Star One Strap Ox.

“Scusate.” Si siede e addenta una fetta di pane, affamato. “Mmmm, buona.” Rifà, pucciando il pane nel mio sugo di pomodoro e cernia. E mi dà fastidio, scompone il nostro mood aristocratico e composto.

“Sì, ho scopato tutto il pomeriggio con un bono tedesco. Azz, mi brucia il culo. E poi devo smetterla di tirare di popper: non mi fa bene per niente.” 

Siamo alle solite. Io volevo parlare della mia nuova vita perfetta. E Gios ha rovinato tutto. Ma Gios ci sta. Sempre: è quello che, quando mi sento troppo vecchio, mi rimette in bocca parole come cazzo, o figa, o pompino, o inculata.

In fondo, di rapporti sessuali ne ho avuti almeno 10mila. Se non ne parlassi io, chi potrebbe mai farlo?

Gios: “E tu, Ross, con quanta gente hai scopato questo weekend?” 

Sono distratto, il cibo mi ha appesantito, la macedonia di pesche e albicocche mi rinfresca la bocca. Mentre conto sulle dita, rutto e Dorian ha da ridire sul mio alito.

“Ce l’ho messo io l’aglio nel pesce?” Guardo Gios, “Cinque scopate.”

Il trombatedeschi strabuzza gli occhi, appare scettico. Secondo me è solo invidioso perché non sono stato con lui.

“Ho sonno.” E finiamo nel lettone, tutti e tre insieme. Musica elettronica di sottofondo… “La canzone dell’estate.” M’informa Dorian.

“A me l’estate fa schifo.” Preciso io. Come odio l’estate. E’ appiccicosa, non te la togli mai di dosso. E io sono un anaffettivo, libero, solo.

Gios ne approfitta per mostrarci i capezzoli, tirati e arrossati dai suoi giochini sadomaso; in un eccesso di brio, mi strappa i jeans e le mutande. La mia resistenza è molto strenua: sono esibizionista; tutti, prima o poi, mi hanno visto nudo. Starsene sempre nudi è l’unico valore aggiunto dell’estate… e ci risiamo: mi ero ripromesso di non parlare come un ex bocconiano che veste Paul Smith di giorno e la notte sciacqua i suoi vizi di nascosto sulle sponde dei Navigli.

Gios si avvicina al computer, cambia mp3, un’altra canzone dell’estate. Dorian mi si avvicina, è addosso a me e mi sussurra nell’orecchio: “Perché non vieni al Plastic con me e Gios settimana prossima? C’è la chiusura.”

“Per dormire sul divano?”

“Non si dorme al Plastic.”

“Io l’ho fatto, sul divano del privè. Quando avevo 17anni e morivo dalla noia.” Mai più Plastic.

“Con me e Gios non si dorme.”

Mi è così vicino, è così rallentato, sussurrato, sottinteso. E io mi muovo così piano, su quel letto dai mille cuscini, la posizione della mia testa, perfettamente inclinata. I miei capelli castani, corti, profumati, lucidi. La sua mano me li accarezza con un ritmo tutto particolare: due movimenti lenti e uno più rapido.

Mi sono avvicinato. Eravamo ancora più vicini. Era come tornare a dieci anni fa, quando dormivo al Plastic e lui guidava verso la casa di campagna di un perfetto sconosciuto: lo aspettavo sotto un salice piangente, bello, giovane, già compromesso.

Mi ha baciato e se n’è andato.

Tocca a me ora. Gli sfioro il naso e appoggio le mie labbra alle sue, un paio di incontri a labbra morbide, poi un po’ di lingua, leggera. Sono scosso: sento di aver creato un momento perfetto anche senza l’amore. Il secondo bacio più bello della mia vita. Il primo, è un segreto.

Gios, che ci osserva attraverso uno specchio, rimane muto, fisso sul computer. “Quindi?” Dorian cerca di spezzare il silenzio.

“E’ tutta sera che vorrei parlare della mia nuova vita perfetta.” Sollecito io, ma mi passa subito la voglia di approfondire: dopo un momento perfetto, che senso ha parlare della vita perfetta? Mi sarei dovuto suicidare, ecco la vita perfetta.

“Già, dicci.”

“Naaaa… Gios è lì che si sta leggendo delle puttane di Berlusconi. Non gli interessa un cazzo.”

“A me sì.” Sussurra Dorian.

“Nulla, non c’è un cazzo da dire. Ho solo deciso che tra tre anni la mia vita sarà perfetta.”

“Ah…”

E’ il momento giusto per andarmene. Un anaffettivo è fatto così: scappa sempre un istante dopo l’apice della perfezione, prima che si squagli tutto, che la pelle diventi appiccicosa e insopportabile come l’estate. Prima che Gios ci resti male, o prima che Dorian inizi a stare troppo bene.

Hello world!

Giugno 22, 2009 di romanzorosso

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